Elia parlava molto.
Parlava quando camminava, quando mangiava, quando disegnava, quando cercava le scarpe. Aveva parole per tutto: per le nuvole, per il pane, per i sassi, per i gabbiani.
La nonna lo ascoltava volentieri, ma ogni tanto diceva: «Lascia spazio anche al silenzio.»
Elia non capiva. Il silenzio gli sembrava una stanza vuota.
Una sera andarono sulla spiaggia. La luna era alta e il mare faceva un rumore lento. Elia cominciò subito:
«Guarda quella barca, guarda quella stella, secondo me domani piove, nonna, sai che oggi...»
La nonna si chinò e raccolse una conchiglia bianca.
«Questa custodisce il silenzio.»
Elia rise. «Le conchiglie custodiscono il mare.»
«Appoggiala all’orecchio, ma prima non parlare per tre respiri.»
Tre respiri erano tantissimi. Elia provò.
Primo respiro: sentì il mare.
Secondo respiro: sentì il vento tra le canne.
Terzo respiro: sentì un piccolo tic tic sotto la sabbia. Era un granchietto che camminava.
La conchiglia, vicino al suo orecchio, non era vuota. Aveva dentro un suono profondo, come una strada lontana.
«Nonna, io...»
La nonna mise un dito sulle labbra. Non per zittirlo con durezza, ma per invitarlo a restare ancora un momento.
Elia ascoltò.
Sentì la propria pancia muoversi. Sentì un cane abbaiare lontano. Sentì la nonna respirare. Tutte cose che prima le sue parole coprivano.
La conchiglia parlò piano.
«Il silenzio non manda via le parole. Le lava.»
Elia spalancò gli occhi.
Quando finalmente parlò, disse solo: «È bello.»
La nonna sorrise. «Vedi? Due parole giuste.»
Da quella sera Elia portò la conchiglia sul comodino. Non smise di parlare. Le parole erano una parte felice di lui. Ma imparò a lasciare, prima, tre respiri di spazio.
A scuola, quando voleva rispondere subito, toccava la tasca e immaginava la conchiglia. A casa, quando la mamma era stanca, abbassava la voce. Con gli amici, ascoltava fino alla fine.
Scoprì che il silenzio non era vuoto.
Era una piccola spiaggia dove le parole potevano arrivare più pulite.
