Nel cortile della signora Rosa cresceva un ficodindia giovane.
Aveva pale verdi e tonde, fiori gialli e un vaso di terracotta grande abbastanza per farlo stare comodo. Però aveva una particolarità: non aveva spine.
Gli altri ficodindia, lungo il muretto assolato, avevano spine lunghe, sottili e rispettate.
«Con noi nessuno si avvicina troppo,» dicevano.
Il giovane ficodindia sospirava.
«Io invece vorrei che qualcuno si avvicinasse.»
Si chiamava Dindo.
All’inizio era contento di non pungere. I bambini potevano guardarlo da vicino. Le farfalle si posavano sulle sue pale. Una lucertola, una volta, si addormentò alla sua ombra.
Poi però cominciò a pensare che forse, senza spine, non era un vero ficodindia.
Una sera, mentre il cortile si riempiva di luce arancione, arrivò un vento caldo. Portò con sé un nastro rosso, scappato da una festa.
Il nastro si posò su Dindo.
«Che bello!» disse una bambina. «Sembra un albero delle feste.»
Subito altri bambini portarono nastri, fili, campanellini, biglietti. Li appesero alle pale di Dindo.
«Tu non pungi, quindi possiamo mettere tutto qui.»
Dindo era felice di essere utile.
Ma dopo un po’ le pale si piegarono.
Un campanellino gli tirava da un lato. Un filo gli stringeva un fiore. Un biglietto bagnato gli restava appiccicato.
«Va tutto bene?» chiese la lucertola.
«Sì,» disse Dindo.
Ma non era vero.
La notte, quando tutti andarono via, Dindo provò a sollevare una pala. Non ci riuscì.
Dal muretto parlò un vecchio ficodindia.
«Essere senza spine non vuol dire dover portare tutto.»
Dindo rimase in silenzio.
«Ma se dico di no, non sarò accogliente.»
«Accogliere non è farsi spezzare.»
Il vecchio ficodindia fece brillare una spina sotto la luna.
«Le spine non servono solo a dire via. Servono a dire: fino a qui.»
Dindo guardò le proprie pale nude.
«Io non le ho.»
«Puoi avere parole.»
La mattina dopo i bambini tornarono con altri nastri.
«Mettiamo anche questi!»
Dindo tremò. Non sapeva parlare come loro, ma il cortile aveva la sua magia. Quando una pianta diceva qualcosa con tutto il cuore, le foglie riuscivano a farsi capire.
Dindo piegò piano una pala verso il basso, lasciando cadere un campanellino.
La bambina se ne accorse.
«Forse è troppo.»
Dindo sollevò un fiore, leggero.
«Vuoi solo cose leggere?»
Le pale si mossero come un sì.
I bambini tolsero i fili stretti, i biglietti bagnati, i campanellini pesanti. Lasciarono un solo nastro, morbido, legato senza stringere.
Poi la bambina disse:
«Possiamo fare una cosa diversa. Dindo non deve reggere tutto. Mettiamo una corda tra due sedie per i biglietti.»
Così fecero.
Il cortile diventò più bello. I biglietti stavano sulla corda. I campanellini alla finestra. Dindo teneva solo il nastro rosso e offriva ombra a chi voleva sedersi vicino.
Le farfalle tornarono.
La lucertola riprese il suo posto.
Il vecchio ficodindia dal muretto disse:
«Hai trovato le tue spine gentili.»
«Quali?»
«Quelle invisibili. I tuoi confini.»
Dindo capì.
Non doveva diventare pungente per essere rispettato.
E non doveva lasciarsi caricare di tutto per essere amato.
Da quel giorno fu il ficodindia più accogliente del cortile. Chi arrivava poteva avvicinarsi, guardare i fiori, riposare all’ombra.
Ma se qualcosa era troppo pesante, le sue pale lo dicevano.
E tutti impararono che anche le piante gentili hanno bisogno di spazio per respirare.
