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Luma, la stellina del mare

Luma ha paura del buio, ma scopre che una piccola luce gentile può trasformare la notte in compagnia.

3–6 anni7 minutipaura del buio
Illustrazione per Luma, la stellina del mare

Nel paese bianco di Luma le case stavano aggrappate alla roccia come conchiglie asciutte. Di giorno sembravano allegre: le porte azzurre aperte, i vasi di basilico sui gradini, le lenzuola che ballavano tra un balcone e l'altro. Ma la sera cambiavano voce. I muri diventavano più alti, i vicoli più lunghi, e l'ombra del campanile arrivava fino alla piazzetta della fontana.

Luma aveva cinque anni e un segreto che non diceva a nessuno: aveva paura del buio. Non del buio piccolo, quello sotto il tavolo o dietro una tenda. Aveva paura del buio grande, quello che entrava dalla finestra quando il sole cadeva dietro il mare e sembrava riempire tutto.

La nonna lo aveva capito senza bisogno di domande. Le nonne certe cose le vedono anche quando i bambini non le dicono.

Una sera d'estate, dopo cena, la nonna mise sul fuoco un pentolino di latte e miele. Luma, invece di sedersi al tavolo, restò vicino alla finestra aperta. Fuori il mare non si vedeva quasi più. Si sentiva soltanto: sciacquava piano gli scogli, come una mamma che lava una tazza senza fare rumore.

«È troppo scuro,» disse Luma.

La nonna non rispose subito. Girò il latte con il cucchiaino, poi disse: «Vieni. Ti faccio vedere una cosa.»

Presero uno scialle leggero e uscirono sul terrazzino. La notte profumava di capperi e gelsomino. La nonna si sedette su una sedia di paglia. Luma rimase in piedi, con le dita strette al bordo dello scialle.

«Guarda il muretto,» disse la nonna.

Luma guardò. All'inizio vide solo nero, pietre e qualche foglia. Poi un puntino si accese. Piccolo. Verde. Tremolante.

«Una lucciola,» sussurrò.

Il puntino si spense. Luma fece per voltarsi, ma il puntino si accese di nuovo, un poco più in là. Poi comparve un altro puntino. Poi un altro ancora.

Le lucciole stavano disegnando una stradina sopra il muretto, una strada che appariva e spariva, come se qualcuno la ricamasse con ago e luce.

«Non hanno paura?» chiese Luma.

«Forse sì,» disse la nonna. «Ma portano con sé la loro piccola luce.»

Luma restò a guardare. Le lucciole non cacciavano via il buio. Non lo spingevano, non lo sgridavano, non lo facevano sparire. Ci stavano dentro. E proprio perché era buio, si vedevano meglio.

Quella notte, quando fu ora di andare a letto, Luma si fermò davanti alla sua camera. La stanza era scura, con la finestra socchiusa e la tenda che respirava piano.

«Non voglio entrare,» disse.

La nonna aprì la mano. Dentro c'era una piccola lumachina di terracotta, comprata al mercato di Palermo. Aveva il guscio forato da tanti buchini a forma di stelle.

«Questa non è una lampada grande,» disse la nonna. «È una compagnia piccola.»

Mise dentro una lucina elettrica tiepida e la accese. Dalle stelline del guscio uscirono puntini dorati che si posarono sul muro, sul comodino, sulla coperta. La stanza non diventò giorno. Rimase notte. Ma una notte più gentile.

Luma toccò il guscio della lumachina. Era ruvido e fresco.

«Posso metterla vicino al letto?»

«Puoi scegliere tu il posto.»

Luma la mise sul comodino, accanto al bicchiere d'acqua. Poi entrò nel letto e tirò su il lenzuolo fino al mento. Guardò i puntini sul muro. Sembravano lucciole ferme.

La nonna si sedette accanto a lei e non disse niente. Questo a Luma piacque molto. A volte i grandi parlano troppo quando un bambino ha paura. La nonna, invece, restava. E restare era già una risposta.

Passarono alcuni minuti. Dalla strada salì il rumore di un motorino lontano. Una persiana sbatté piano. Il mare continuò a sciacquare gli scogli.

«Nonna,» disse Luma, «il buio è cattivo?»

«No.»

«Allora perché fa paura?»

La nonna le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. «Perché non lo conosciamo subito. Gli occhi hanno bisogno di tempo. Anche il cuore.»

Luma guardò la stanza. All'inizio vedeva solo ombre. Poi riconobbe la sedia. Poi il vestito appeso. Poi la bambola con un braccio fuori dalla coperta. Le cose non erano mostri. Erano le sue cose, solo vestite di sera.

La notte dopo Luma volle provare da sola. La nonna la accompagnò fino alla porta, ma non entrò.

«Se ho paura ti chiamo,» disse Luma.

«Io sono in cucina.»

Luma accese la lumachina. Poi aspettò. Si impose di non correre subito sotto le coperte. Guardò la sedia. Guardò la tenda. Guardò il muro. Ogni cosa tornò al suo nome.

Allora aprì il quaderno dei disegni e fece una lucciola: un puntino verde con due ali. Sotto scrisse, con le lettere grandi che sapeva fare: “La mia luce”.

Il terzo giorno successe una cosa importante. Il vento entrò dalla finestra e la tenda coprì la lumachina. La stanza diventò più scura. Luma sentì la paura salire fino alla gola.

Stava per chiamare la nonna.

Poi si fermò.

Scese dal letto, piano. Tolse la tenda dalla lumachina e la mise meglio dietro la sedia. La luce tornò sul muro. Luma respirò.

Non aveva sconfitto il buio. Aveva fatto una cosa piccola, con le sue mani.

La mattina dopo raccontò tutto alla nonna.

«Hai trovato la tua strada,» disse la nonna.

«Come le lucciole?»

«Proprio come loro.»

Da allora Luma non amò subito tutto il buio. Qualche sera le faceva ancora tremare un poco la pancia. Ma sapeva cosa fare: accendere la lumachina, guardare una cosa alla volta, dare tempo agli occhi, dare tempo al cuore.

E quando dalla finestra vedeva una lucciola sopra il muretto, le sembrava che dicesse: “Non serve essere grandi per fare compagnia. Basta brillare un pochino”.

Quella notte Luma si addormentò con la stanza piena di stelline di terracotta e il mare che cantava piano, come se anche lui avesse acceso una piccola luce dentro il buio.

Morale: Anche una piccola luce può fare compagnia.
Spunto Montessori: Dopo la lettura, invita il bambino a ricordare un gesto concreto della storia e a ripeterlo nella realtà: osservare, aspettare, scegliere con cura, condividere o preparare il proprio spazio della nanna.
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