Nino abitava sulle pendici dell'Etna, in una grotta calda dove le pietre erano nere e lisce come pane cotto troppo. Era un draghetto piccolo, con le ali ancora corte e le scaglie color cenere. Aveva occhi arancioni, una coda vivace e un naso che faceva fumo quando qualcosa non andava come voleva lui.
Il fumo di Nino non era pericoloso, ma era fastidioso. Se perdeva un sassolino, usciva fumo. Se il vento gli rovesciava la torre di pigne, usciva fumo. Se la sua colazione di fichi secchi finiva troppo presto, usciva tantissimo fumo.
Una volta la nuvola era così grande che coprì il sentiero delle caprette. Un'altra volta entrò nel pollaio di zia Agata e le galline fecero uova tutte storte per lo spavento.
«Nino,» diceva il papà drago, «il fuoco è una cosa preziosa. Non va lasciato uscire per ogni arrabbiatura.»
«Non lo faccio apposta,» brontolava Nino.
Ed era vero. Quando la rabbia gli arrivava, sembrava un sasso caldo nella pancia. Il sasso saliva, saliva, saliva, e poi dal naso usciva fumo.
Un pomeriggio Nino costruì il più bel castello di pietre laviche che avesse mai fatto. Aveva tre torri, un ponte, un cortile e una porta per le lucertole. Lo costruì piano, scegliendo le pietre una alla volta. Era così contento che chiamò tutti.
«Venite a vedere!»
Proprio allora arrivò una raffica di vento. Non forte, ma precisa. Fece rotolare una pietra della torre. Poi un'altra. Poi il ponte cadde.
Il castello diventò un mucchio.
Nino sentì il sasso caldo salire.
«No!» gridò.
Il naso cominciò a pizzicare. Le narici si allargarono. Una nuvola nera uscì veloce, poi un'altra.
Gli uccelli volarono via. Le caprette si nascosero dietro un muretto. Il cielo sopra il castagneto diventò grigio.
Dal sentiero arrivò Ossa, la tartaruga di montagna. Era così vecchia che aveva visto crescere alberi e cadere muri. Camminava lenta, ma arrivava sempre dove serviva.
«Oh,» disse. «Vedo che oggi il vulcano è molto vicino al tuo naso.»
«Il vento ha distrutto tutto!» disse Nino.
«Il vento ha fatto vento.»
«Ma era il mio castello!»
Ossa si sedette. Ci mise un po'. Nino fumava ancora.
«Sai cosa fa l'Etna quando ha fuoco dentro?» chiese Ossa.
«Esplode.»
«Qualche volta. Ma prima ascolta. Respira. Trattiene. Lascia uscire piano quello che può uscire piano.»
Nino sbuffò. Uscì altro fumo.
Ossa non si spostò. «Metti una zampa sulla pancia.»
«Non voglio.»
«Allora fuma pure. Io ho tempo.»
La tartaruga chiuse gli occhi. Rimase ferma. Nino la guardò. Era difficile continuare a fare una grande rabbia davanti a qualcuno che non aveva nessuna fretta.
Alla fine mise una zampa sulla pancia.
«Senti il sasso caldo?» chiese Ossa.
Nino annuì.
«Non devi buttarlo fuori. Devi dargli spazio. Inspira dal naso, come se annusassi un fiore di ginestra. Poi soffia dalla bocca, come se volessi scaldare una coccinella senza farla volare via.»
Nino provò. Inspirò. Il sasso caldo si mosse. Espirò. Dal naso uscì un filo sottile di fumo, non una nuvola.
«Ancora.»
Inspirò. Espirò.
Il fumo diventò grigio chiaro.
«Ancora.»
La pancia si ammorbidì. Il sasso non sparì, ma diventò più piccolo.
«Funziona,» disse Nino, stupito.
«Non sempre subito. Ma spesso abbastanza.»
Nino guardò il suo castello rotto. Gli venne ancora tristezza, ma non fumo.
«Adesso cosa faccio?»
«Quello che fanno gli architetti dopo il vento. Guardano cosa è rimasto.»
Nino si avvicinò alle pietre. Una torre era caduta, ma la porta per le lucertole era ancora in piedi. Il cortile era salvo. Anche il ponte poteva essere rifatto, forse più basso.
Cominciò a ricostruire. Questa volta lasciò qualche spazio tra le pietre, così il vento poteva passare senza buttare giù tutto.
Arrivò una lucertola. Entrò dalla porta e uscì dal cortile.
«Vedi?» disse Ossa. «A lei piace.»
Quella sera il papà drago trovò Nino ancora al lavoro. Il castello era diverso da prima. Meno alto, più largo, più forte.
«Bello,» disse.
«Il vento ci può passare dentro,» spiegò Nino.
Il papà annuì. «Allora non è solo un castello. È un castello che ha imparato.»
Nei giorni successivi Nino si arrabbiò ancora. Un cucciolo gli rubò un fico. Una capra mangiò la ginestra che lui stava annusando. Il vento, naturalmente, continuò a fare vento.
Ogni volta Nino sentiva il sasso caldo. Ogni volta provava: una zampa sulla pancia, fiore di ginestra, coccinella da scaldare piano.
Non sempre riusciva. Una volta fece uscire una nuvoletta che annerì il naso di una pecora. Ma poi chiese scusa e riprovò.
La sera di San Lorenzo, Ossa lo portò su un punto alto, da cui si vedevano le luci dei paesi e il mare lontano.
«Guarda l'Etna,» disse.
Dal cratere usciva un filo di fumo, sottile, ordinato, quasi elegante.
Nino respirò insieme alla montagna. Dentro, il sasso caldo dormiva.
«Il fuoco non è cattivo,» disse Ossa. «Deve solo trovare la strada giusta.»
Nino sorrise. Poi soffiò piano verso una piccola lanterna spenta. Non uscì fumo nero. Uscì un soffio caldo, gentile, preciso.
La lanterna si accese.
E per la prima volta Nino capì che il suo fuoco poteva fare luce.
