Fina viveva vicino alle rovine di un tempio antico, dove le colonne di pietra sembravano giganti addormentati con la testa nel cielo. Aveva cinque anni, una gonna a pois blu e una collezione di sassolini bianchi che ordinava per grandezza sul gradino di casa.
Ma la cosa che amava di più erano i fichidindia.
Non li amava solo perché erano dolci. Li amava perché sembravano creature coraggiose: stavano al sole, bevevano poca acqua, tenevano i frutti in alto e dicevano a tutti: “Avvicinati piano”.
La nonna le aveva insegnato una regola importante: «Il ficodindia si guarda con gli occhi, non con le mani.»
Fina rispettava quella regola quasi sempre. Ma certe sere i frutti rosa erano così belli che le dita le diventavano curiose.
Una notte di agosto la nonna la svegliò piano.
«Fina, vuoi vedere le stelle cadenti?»
Fina aprì gli occhi subito. Si mise lo scialle sulle spalle e uscì sul terrazzo. L'aria era tiepida. Il mare, lontano, aveva una riga d'argento. I fichidindia stavano immobili lungo il muro, con le pale verdi illuminate dalla luna.
«Guarda in alto,» disse la nonna.
Fina guardò. Il cielo era pieno, così pieno che sembrava un cesto rovesciato di semi luminosi.
Una stella cadde.
Fina fece un piccolo salto.
«Ne ho vista una!»
«Allora puoi esprimere un desiderio.»
Fina ci pensò. Desiderava molte cose: una scatola di matite nuove, un cane piccolo, una scala per salire sulla luna. Ma mentre pensava, vide qualcosa tra i fichidindia.
Un frutto rosa si era acceso.
Non tanto. Appena. Come una brace gentile.
«Nonna.»
La nonna seguì il suo sguardo. Tra le spine, uno dopo l'altro, altri frutti cominciarono a brillare. Rosa, arancioni, dorati. Sembravano stelle rimaste impigliate nei cactus.
«Sono cadute lì?» chiese Fina.
«Forse alcune stelle preferiscono restare vicino alla terra.»
Fina si avvicinò di un passo.
«Non toccare,» disse la nonna.
Fina fermò la mano. Non era facile. Il frutto più luminoso sembrava chiamarla.
Allora prese uno dei suoi sassolini bianchi e lo posò a terra, a una certa distanza dal cactus.
«Questo è il punto da cui posso guardare.»
La nonna sorrise. «Ottima idea.»
Fina si sedette dietro il sassolino. Da lì vedeva il ficodindia intero: le pale grandi come ventagli, le spine sottili, i frutti luminosi e dietro il cielo. Se si fosse avvicinata troppo, avrebbe visto solo le spine. Da lì, invece, vedeva la meraviglia.
Passò un'altra stella cadente. Un frutto si accese più forte.
Fina sussurrò: «Desidero capire senza prendere.»
La nonna la guardò, ma non disse nulla.
Il giorno dopo Fina tornò sul terrazzo. I frutti non brillavano più. Erano normali fichidindia: belli, maturi, pieni di spine.
Sul pavimento, però, il sassolino bianco era ancora lì.
Fina decise di costruire un cerchio di osservazione. Mise altri sassolini intorno ai cactus, non troppo vicini. Poi chiamò suo cugino Melo, che aveva sempre le mani veloci.
«Ti faccio vedere le stelle di ficodindia.»
Melo corse e allungò subito un dito.
«No!» disse Fina.
Melo si fermò offeso. «Voglio solo vedere.»
«Allora siediti qui. Se tocchi, senti solo le spine. Se guardi da qui, vedi tutto.»
Melo sbuffò, ma si sedette.
All'inizio dondolava le gambe. Poi smise. Poi guardò davvero.
«Sembra una mano aperta,» disse indicando una pala.
«A me sembra un ventaglio.»
«Quel frutto sembra un pianeta.»
Fina sorrise. «Di notte diventa una stella.»
Quella sera si sedettero insieme. La nonna portò due cuscini. Il cielo preparò le sue stelle cadenti. I fichidindia rimasero fermi, pazienti.
Quando il primo frutto si illuminò, Melo aprì la bocca.
«È vero.»
«Sì.»
«Posso prenderlo?»
Fina scosse la testa. «Non serve.»
Melo guardò ancora. Poi, piano, mise le mani sotto le gambe per tenerle ferme.
Arrivò anche un vicino, poi una bambina con le trecce, poi il fratellino piccolo che voleva toccare tutto. Fina disegnò altri cerchi di sassolini.
«Ognuno guarda dal suo posto.»
Nessuno rise. Sembrava una regola importante, e lo era.
La notte divenne piena di luci. Stelle sopra, stelle tra i fichidindia, stelle negli occhi dei bambini. Il terrazzo era silenzioso come una chiesa piccola.
A un certo punto il fratellino domandò: «Perché non possiamo prenderle?»
Fina rispose dopo averci pensato: «Perché se le prendiamo diventano frutti. Se le lasciamo lì, restano stelle.»
La nonna annuì.
Più tardi, quando tutti andarono via, Fina rimase un momento da sola con lei.
«Sono stata brava?»
«Hai fatto una cosa difficile.»
«Non toccare?»
«No. Hai insegnato a guardare.»
Fina si addormentò con le mani profumate di scialle e vento, senza aver toccato nemmeno una spina. Sognò un cielo basso, pieno di fichidindia luminosi, e lei camminava tra loro senza prendere nulla.
Al mattino raccolse il sassolino del primo cerchio e lo mise nella sua scatola. Sopra scrisse: “La distanza giusta”.
Da allora, quando una cosa era troppo bella e le dita volevano correre, Fina cercava il suo sassolino immaginario. Si fermava lì.
E spesso, proprio da quella distanza, vedeva molto di più.
