Nel porto di Sciacca viveva un gattino tigrato di nome Micio. Aveva la pancia bianca, le zampe troppo grandi e una coda che si muoveva anche quando lui cercava di stare fermo. Dormiva tra le reti asciutte, vicino alla barca del vecchio Turì, e conosceva tutti gli odori del molo: sale, sardine, legno bagnato, corda, pane con le panelle.
Micio aveva un sogno: prendere una stella.
Ogni sera si sedeva sul bordo del molo e guardava il cielo riflesso nell'acqua. Le stelle tremolavano tra le barche, si allungavano nelle onde, sparivano quando passava un pesce.
«Sono pesci luminosi,» diceva Micio.
Turì, che riparava le reti con dita lente, rispondeva: «Forse.»
«Se sono pesci, si possono prendere.»
«Forse no.»
Micio non amava molto i “forse”. Preferiva i “sì” e i “subito”. Così una sera decise di costruire una rete per stelle.
Non poteva usare le reti vere: erano pesanti, e poi Turì diceva che ogni strumento ha il suo lavoro. Allora raccolse fili d'erba tra le pietre, capelli di palma caduti, un nastrino azzurro perso da una bambina e tre piume di gabbiano.
Lavorò tutto il pomeriggio. Intrecciò, annodò, sbagliò, ricominciò. La coda gli dava fastidio. Le zampe grandi schiacciavano i fili. A un certo punto fece un nodo così stretto che dovette mordicchiarlo per scioglierlo.
Turì lo guardava senza aiutarlo.
«Non mi dai una mano?» chiese Micio.
«Se te la do io, sarà la mia rete.»
Micio sbuffò. Continuò.
Al tramonto la rete era pronta. Era piccola, fragile e storta. Però, agli occhi di Micio, era bellissima.
Aspettò la prima stella. Quando apparve sopra l'albero maestro della barca più grande, Micio saltò sul muretto e lanciò la rete verso il cielo.
La rete fece un arco elegante e cadde in acqua.
Micio la tirò su. Era bagnata.
La strizzò con le zampe. Lanciò di nuovo.
Cadde ancora.
Lanciò una terza volta. Questa volta la rete prese qualcosa: una foglia, una bolla e un riflesso dorato. Micio gridò: «L'ho presa!»
Ma quando aprì la rete, la stella non c'era. Il riflesso era tornato nell'acqua.
Provò ancora. E ancora. E ancora.
La rete diventò pesante. Le zampe di Micio erano fredde. Il cielo si riempiva di stelle, ma lui non ne prendeva nessuna.
«Non funziona,» disse infine.
Turì lasciò l'ago da rete e si sedette accanto a lui.
«Forse stai usando la rete sbagliata.»
«Qual è quella giusta?»
Turì indicò gli occhi di Micio.
Micio lo guardò male. «Gli occhi non sono una rete.»
«Certo che sì. Prendono senza chiudere.»
Micio non capì. Era stanco e un po' arrabbiato.
«Io voglio una stella mia.»
Turì prese una sardina dal secchio e la buttò a un gatto più anziano che passava. «Se fosse tua, dovresti tenerla in una scatola. Poi ne vedresti una sola.»
Micio guardò il cielo. Era vero: ce n'erano tantissime. Alcune piccole, alcune grandi, alcune ferme, alcune tremolanti. Nell'acqua erano ancora di più, perché ogni onda le spezzava in pezzetti.
«Ma se non le prendo, le perdo.»
«No. Le ritrovi domani. E saranno diverse.»
Il giorno dopo Micio non costruì una rete. Però tornò al molo con una ciotola d'acqua. La mise accanto a sé. Dentro comparve una stella.
Micio avvicinò una zampa.
La stella tremò.
Tirò via la zampa. La stella tornò ferma.
«Posso guardarti,» disse, «senza prenderti.»
Per una settimana fece così. Ogni sera portava qualcosa di diverso: una ciotola, un coperchio lucido, una conchiglia piena d'acqua, perfino un cucchiaio rubato alla cucina del porto. In ognuno cercava una stella riflessa.
Turì gli insegnò i nomi di alcune costellazioni. Micio ne inventò altri. La Stella del Tonno. La Coda del Gatto. Il Grande Gomitolo.
Una sera arrivò un gattino più piccolo, tutto nero, che voleva saltare nell'acqua per acchiappare un riflesso.
Micio lo fermò con una zampa.
«Non si prendono così.»
«E come?»
Micio ci pensò. Poi disse: «Si tengono negli occhi.»
Il gattino nero si sedette. Guardarono insieme.
Passò una barca e le stelle nell'acqua si ruppero in mille pezzi. Il gattino fece un verso triste.
«Aspetta,» disse Micio.
Le onde si calmarono. Le stelle tornarono.
Il gattino spalancò gli occhi. «Sono tornate!»
«Sì. Alcune cose belle non scappano. Bisogna solo avere pazienza.»
Quella notte Micio dormì sopra la sua rete storta, ormai asciutta. Non gli serviva più per prendere stelle. Gli serviva come coperta.
Sognò un mare capovolto e un cielo pieno d'acqua. In quel sogno nuotava tra le stelle senza chiuderne nemmeno una nella zampa.
Al mattino Turì trovò, vicino alla sua cesta, la vecchia rete di fili d'erba. Micio l'aveva sistemata con cura e sopra ci aveva messo una piuma di gabbiano.
«Cos'è?» chiese il pescatore.
«Una rete per guardare.»
Turì rise piano. «Allora è la più utile di tutte.»
