A Gangi, dove le case salgono una sopra l'altra come gradini verso il cielo, viveva Ciccio. Era un bambino rotondo di guance e veloce di risata. Dormiva benissimo: si addormentava prima della fine delle storie e al mattino si svegliava con i capelli in piedi e la fame di un lupo buono.
Il suo migliore amico, Turi, era diverso. Turi era sottile, attento, pieno di domande. La sera, invece di scivolare nel sonno, restava sveglio.
«E se le formiche non trovano la strada?»
«E se la luna cade?»
«E se domani dimentico come si salta?»
La mamma di Turi gli rispondeva con pazienza. Il papà gli sistemava la coperta. La nonna gli raccontava il rosario delle stelle. Ma Turi continuava a pensare. I pensieri gli camminavano nella testa come capre su un tetto.
Una mattina arrivò a scuola con gli occhi stanchi.
Ciccio lo guardò durante la merenda.
«Hai dormito?»
«Un pezzetto.»
«Quanto grande?»
Turi fece con le dita uno spazio piccolissimo.
Ciccio decise di aiutarlo. Ma Ciccio era un bambino pratico: se qualcuno aveva fame, portava pane; se aveva freddo, portava una giacca; se non dormiva, bisognava portare sonno.
Il problema era: dove si prende il sonno?
Chiese al fornaio. Il fornaio disse: «Nel profumo del pane caldo.»
Chiese alla sarta. La sarta disse: «Nelle lenzuola pulite.»
Chiese al nonno. Il nonno disse: «Nel silenzio dopo una giornata fatta bene.»
Ciccio mise insieme tutte le risposte e costruì un piano.
Nel pomeriggio prese una scatola di cartone grande, quattro tappi di sughero, due rami di fico e uno spago. Costruì un carretto. Non era perfetto: una ruota girava storta e un lato pendeva. Ma camminava.
Poi cominciò a raccogliere cuscini.
Il cuscino del divano, quello con i fiori ricamati. Il cuscino della poltrona della nonna. Il cuscino lungo del letto dei genitori, che prese solo dopo aver chiesto. Un cuscino piccolo profumato di lavanda. Una federa appena stesa al sole.
La nonna lo vide passare.
«Dove vai con tutta questa morbidezza?»
«Da Turi. Gli porto un posto per dormire.»
La nonna gli diede un sacchettino di lavanda. «Allora porta anche questo. Ma ricordati: non puoi dormire al posto suo.»
Ciccio si fermò. Non ci aveva pensato.
«E allora a cosa servo?»
«A preparargli la strada.»
Il carretto dei cuscini arrivò da Turi al tramonto, facendo un rumore buffo sulle pietre: toc, toc, toc, sgnac.
Turi aprì la porta.
«Che cos'è?»
«Il carretto dei cuscini.»
«Perché?»
«Perché i tuoi pensieri camminano troppo. Facciamo loro un nido.»
Turi non rise. Era troppo stanco per ridere, ma gli occhi gli si accesero un poco.
Salirono in camera. Ciccio avrebbe voluto sistemare tutto da solo, ma ricordò la frase della nonna.
«Tu scegli,» disse.
Turi scelse il cuscino di lavanda per la testa. Quello lungo per il fianco. Quello a fiori per abbracciarlo. La federa pulita sul bordo del letto, perché profumava di sole anche se era sera.
«E questo?» chiese Ciccio mostrando il cuscino più grande.
Turi ci pensò. «Per i piedi. I miei piedi hanno sempre freddo quando penso.»
Costruirono una tana morbida. Non una montagna disordinata, ma un posto preciso: testa, fianco, braccia, piedi.
Poi Ciccio tirò fuori un foglio.
«Facciamo la lista dei pensieri.»
«Tutti?»
«Solo quelli che vogliono camminare stanotte.»
Turi dettò. Le formiche. La luna. Il salto di domani. Il rumore del tubo in bagno. Il cane del vicino. Una domanda sulle nuvole.
Ciccio scrisse come poteva, con lettere grandi e un po' storte.
Poi piegarono il foglio e lo misero in una scatolina sul comodino.
«Così stanno lì?» chiese Turi.
«Almeno ci provano.»
La mamma di Turi entrò con il latte caldo. Vide il letto, la scatolina, Ciccio seduto serio come un dottore dei sogni.
«Che bel lavoro,» disse.
«Non è finito,» rispose Ciccio. «Manca il silenzio.»
Spense la luce grande e lasciò accesa solo una lampadina piccola. Poi si sedette sul tappeto. Non raccontò una storia. Non fece domande. Non disse “dormi”.
Rimasero così.
Il paese fuori si abbassò di volume. Una porta si chiuse. Un piatto tintinnò. Il campanile batté otto colpi. Turi, dentro il nido di cuscini, fece un respiro lungo.
«Ciccio?»
«Sì.»
«Se penso alla luna?»
«Domani apriamo la scatola.»
«E se vuole uscire prima?»
«Le dici: aspetta il mattino.»
Turi chiuse gli occhi. Dopo un po' li riaprì.
«Non te ne andare subito.»
«Resto finché posso.»
Ciccio restò. Non tutta la notte, naturalmente. Ma abbastanza perché il corpo di Turi capisse che il letto era un posto sicuro e i pensieri potevano smettere di fare rumore.
Quando Turi si addormentò, la mamma accompagnò Ciccio alla porta.
«Grazie.»
Ciccio guardò il carretto vuoto. «Ho solo portato cuscini.»
«No. Hai portato attenzione.»
Il mattino dopo Turi arrivò a scuola con gli occhi diversi.
«Ho dormito un pezzo grande,» disse.
Fece con le braccia un cerchio enorme.
Durante la ricreazione aprirono la scatolina dei pensieri. Alcuni erano ancora importanti. Altri facevano ridere. La luna non era caduta. Le formiche avevano trovato la strada. Il salto riuscì al secondo tentativo.
Da allora, quando qualcuno non riusciva a dormire, Ciccio non portava subito tutti i cuscini del paese. Chiedeva prima: «Che cosa ti serve per preparare la strada?»
A volte bastava piegare una coperta. A volte scrivere un pensiero. A volte lasciare una luce piccola. A volte stare seduti in silenzio.
Il carretto rimase nella sua stanza, con le ruote di sughero un po' storte. Sopra, Ciccio scrisse: “Non porto il sonno. Porto un nido”.
E a Gangi molti bambini impararono che aiutare non significa fare magie enormi. Significa guardare bene di cosa ha bisogno l'altro, poi portare proprio quello, con mani gentili.
