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Ninnò, il gufo del campanile

Ninnò impara che prendersi cura non significa fare tutto al posto degli altri, ma restare vicini.

3–6 anni7 minutiprotezione
Illustrazione per Ninnò, il gufo del campanile

Ninnò abitava nel campanile di Noto, tra una campana grande e una piccola finestra da cui si vedevano i tetti color miele. Era un gufo delle stoppie, con il petto chiaro, gli occhi rotondi e un paio di occhialini senza vetro che aveva trovato in una soffitta e indossava per darsi importanza.

Ogni notte aveva un compito: vegliare sul paese.

Non era un guardiano rumoroso. Non gridava “Attenti!” e non sbatteva le ali. Volava piano, più piano del vento, sopra i balconi e i cortili. Controllava che il bucato non cadesse, che i gatti non litigassero troppo, che i bambini dormissero senza coperte sui piedi.

Ninnò era molto orgoglioso del suo lavoro. Forse un po' troppo.

Se vedeva una lumaca attraversare un gradino, la spostava subito. Se un gatto esitava davanti a un salto, gli indicava dove mettere la zampa. Se un bambino cercava di infilarsi il pigiama al contrario, Ninnò avrebbe voluto entrare dalla finestra e sistemarlo lui.

«Proteggere significa aiutare,» diceva tra sé.

Una notte d'autunno, mentre la città dormiva, Ninnò sentì un rumore nel cortile dei Salamone. Frush, frush, frush.

Scese in silenzio e si posò sul fico.

Sotto, vicino al muretto, c'era un riccio. Piccolo, rotondo, con il muso serio. Voleva passare dall'altra parte, dove crescevano foglie secche e insetti buoni da cena. Il muro non era alto per un bambino, ma per un riccio era una montagna.

Il riccio provò. Si alzò sulle zampette dietro, appoggiò quelle davanti e scivolò giù.

Provò ancora. Scivolò.

Ninnò aprì le ali.

«Adesso lo prendo e lo porto dall'altra parte,» pensò.

Stava per scendere, quando una voce lenta parlò dal vaso del rosmarino.

«Aspetta.»

Era una chiocciola, con il guscio lucido di luna.

«Non posso aspettare,» disse Ninnò. «Ha bisogno di aiuto.»

«Forse. O forse ha bisogno di provare.»

Il riccio tentò una terza volta. Niente.

Ninnò si agitò sul ramo. «Se cade si fa male.»

«Allora resta vicino,» disse la chiocciola. «Vicino non significa addosso.»

Questa frase disturbò Ninnò. Lui era il gufo del campanile. Sapeva proteggere. Ma la chiocciola sembrava saperne di più sulla lentezza.

Il riccio provò una quarta volta. Mise una zampa in una fessura tra le pietre, ma la tolse subito.

«Lì!» sussurrò Ninnò.

Il riccio non lo sentì. O forse sì, perché al quinto tentativo cercò di nuovo la fessura. Questa volta ci mise la zampa, spinse, tremò, scivolò quasi, poi rimase appeso.

Ninnò trattenne il fiato.

Voleva prenderlo. Tutto in lui voleva prenderlo.

La chiocciola disse solo: «Ancora un momento.»

Il riccio trovò un'altra pietra, poi un ciuffo d'erba. Con uno sforzo minuscolo e enorme insieme, superò il bordo e cadde dall'altra parte su un tappeto di foglie.

Non si fece male. Rimase fermo. Poi scosse il muso e riprese a camminare, dignitosissimo.

Ninnò sentì qualcosa aprirsi nel petto.

«Ce l'ha fatta.»

«Sì.»

«Io non ho fatto niente.»

La chiocciola allungò le antenne. «Hai fatto una cosa difficile. Sei rimasto.»

Ninnò tornò al campanile pensieroso.

Nei giorni successivi cominciò a cambiare il suo modo di vegliare. Se una lumaca attraversava un gradino, prima guardava se arrivavano piedi. Se non arrivavano, la lasciava continuare. Se un gatto esitava davanti a un salto, restava su un tetto vicino, pronto nel caso, ma non indicava subito la strada. Se un bambino infilava il pigiama al contrario, Ninnò non entrava. Aspettava che il bambino se ne accorgesse, o che ridesse con la mamma.

Scoprì che il paese sapeva fare molte cose senza di lui.

Questo all'inizio lo rese triste. Poi lo rese leggero.

Una sera vide una bambina, Costanza, seduta sul gradino di casa. Doveva allacciarsi un sandalo. La mamma era sulla porta con le mani in grembo.

«Vuoi che lo faccia io?» chiese la mamma.

Costanza scosse la testa. Provò. Il laccio scappò. Provò ancora. Il nodo venne brutto. Alla terza volta fece un nodo piccolo ma vero.

La mamma sorrise senza aver toccato nulla.

Ninnò capì che anche lei conosceva la regola della chiocciola.

Quella notte, sul campanile, trovò una cosa nuova: una lanterna. Era appesa vicino alla campana piccola e dentro aveva una luna addormentata, sottile come un seme.

Sul vetro c'era scritto, con lettere di polvere: “Per chi sa proteggere senza stringere”.

Ninnò accese la lanterna con un colpo d'ala. La luce non illuminò tutta Noto. Illuminò solo i bordi: i gradini, i muretti, i davanzali, i punti in cui qualcuno poteva inciampare.

«Ecco,» disse Ninnò. «Questo è vegliare.»

Da allora il gufo del campanile continuò a fare il suo turno. Ma non risolveva tutto. Lasciava spazio ai tentativi, alle piccole fatiche, ai nodi storti, ai salti esitanti, ai ricci testardi.

E se qualcuno aveva davvero bisogno, lui arrivava.

Silenzioso. Presente. Preciso.

Come una lanterna che non cammina al posto tuo, ma ti fa vedere dove mettere il piede.

Morale: Proteggere significa stare vicini senza togliere all’altro la possibilità di riuscire.
Spunto Montessori: Dopo la lettura, invita il bambino a ricordare un gesto concreto della storia e a ripeterlo nella realtà: osservare, aspettare, scegliere con cura, condividere o preparare il proprio spazio della nanna.
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