Il castello sopra il porto era vecchissimo. Aveva torri quadrate, mura spesse e finestre strette da cui il vento entrava fischiando.
Di giorno i turisti lo fotografavano. I bambini correvano intorno alle mura e dicevano: «Che grande!» I grandi leggevano i cartelli e parlavano di secoli, battaglie e guardiani.
Il castello ascoltava tutto, in silenzio.
Di notte, però, quando il paese dormiva, sbadigliava.
Non uno sbadiglio piccolo. Uno sbadiglio di pietra.
Aaaaah.
Le finestre tremavano. Una civetta perdeva l’equilibrio. Le onde sotto la rocca facevano fsssh, come per dire: più piano.
Il primo ad accorgersene fu Nico, che abitava in una casa vicina. Ogni sera sentiva quel rumore profondo.
«Mamma, il castello sbadiglia.»
«Forse è il vento.»
Ma Nico sapeva distinguere il vento dagli sbadigli.
Una notte prese una copertina e uscì con il papà fino alla piazzetta davanti al castello.
«Perché non dormi?» chiese Nico alle mura.
Il castello restò zitto.
Poi fece un altro sbadiglio.
Aaaaah.
«Vedi?» disse Nico.
Dalla torre più alta scese una voce lenta.
«Non posso dormire. Devo controllare il mare.»
«Tutta la notte?»
«Da moltissimi anni.»
Nico guardò il mare. Era calmo. Le barche erano legate. La luna faceva una strada d’argento sull’acqua.
«Forse stanotte può controllare la luna.»
Il castello ci pensò. Nessuno gli aveva mai proposto di riposare. Tutti pensavano che le pietre fossero sempre pronte, sempre forti.
«E se succede qualcosa?»
Nico sedette su un gradino.
«Allora ti svegli. Ma prima puoi chiudere almeno una finestra.»
Una finestra della torre si chiuse piano.
Il castello sospirò.
«Meglio.»
«Ora un’altra.»
Si chiuse una feritoia. Poi un portoncino interno. Poi una sala buia smise di fare eco.
Il castello non dormì subito. Le cose vecchie hanno bisogno di tempo per fidarsi del riposo. Nico rimase lì con il papà, avvolto nella copertina.
«Ti racconto una storia?» chiese.
Il castello non rispose, ma una pietra scricchiolò come un sì.
Nico raccontò di una barchetta che non voleva correre, di un gelsomino che contava le stelle e di un topolino che divideva briciole. Raccontò piano, perché anche le mura potessero respirare.
A metà storia, il castello smise di sbadigliare.
Alla fine, dalla torre venne un rumore nuovo: un russare leggerissimo, come sassi mossi dall’acqua.
Il papà sorrise. «Dormiamo anche noi?»
Nico annuì.
La mattina dopo il castello sembrava uguale, ma le sue pietre avevano un colore più caldo. Una finestra, quella più alta, restò chiusa fino a tardi.
Da allora, ogni notte, il castello affidava il mare alla luna per qualche ora. E Nico, quando lo vedeva illuminato, pensava che anche le cose forti, anche le più antiche, hanno bisogno di chiudere gli occhi.
Perfino un castello.
