Il forno di zia Rosa si svegliava prima del paese. Quando le strade erano ancora blu, dentro c’erano farina sulle mani, acqua tiepida nelle brocche e un fuoco rosso che respirava piano.
Nina amava quel posto. Le piaceva il profumo del lievito, il tavolo grande di legno e il modo in cui zia Rosa diceva: «Il pane non si comanda. Si accompagna.»
Una mattina Nina arrivò presto.
«Oggi posso fare io?»
Zia Rosa le mise davanti una ciotola piccola.
«Puoi fare le stelline di pane per i bambini.»
Nina versò la farina. Troppa. Aggiunse l’acqua. Troppo poca. Impastò con forza e l’impasto si attaccò alle dita.
«Non funziona.»
Zia Rosa non prese il suo posto. «Che cosa senti?»
«Che è appiccicoso.»
«Allora ascolta le mani.»
Nina provò. L’impasto era molle al centro, secco ai bordi. Aggiungeva un pizzico di farina, poi un cucchiaio d’acqua, poi aspettava.
Entrò nonno Turi con un sacco di semola.
«Serve una mano?»
Nina voleva fare da sola. Ma l’impasto era tanto.
«Sì.»
Il nonno impastò accanto a lei con mani grandi e lente. Poi arrivò Sara con semi di sesamo. Poi Matteo, che non riusciva a fare stelle e creava piccole lune.
«Anche le lune servono alla notte,» disse zia Rosa.
Quando il forno fu caldo, le stelline e le lune entrarono su una pala lunga. Poco dopo cominciarono a gonfiarsi. Il sesamo profumò. La crosta diventò dorata.
Nina guardò il vassoio.
«Pensavo di fare tutto da sola,» disse. «Invece ogni pane ha una mano dentro.»
A mezzogiorno i bambini vennero a prendere le stelline. Nina tenne l’ultima, un po’ storta, e la divise con tutti quelli che avevano aiutato.
«Era tua,» disse Matteo.
«È più buona se sappiamo chi l’ha fatta.»
Da allora Nina non disse più: «Faccio io da sola.» Diceva: «Cominciamo insieme?» E il forno delle stelline diventò il posto dove anche una mano piccola poteva lasciare calore nel pane.
