Rina era una rondine giovane e quell’anno avrebbe fatto il suo primo grande viaggio sopra il mare.
Le rondini più grandi parlavano di venti alti, coste lontane, nuvole da attraversare e stelle da seguire. Rina ascoltava con il cuore che batteva forte.
«E se mi perdo?» chiese alla madre.
«Guarda il gruppo, ascolta il vento e non avere fretta di essere la prima.»
Partirono al tramonto. Il paese sotto diventò piccolo: i tetti rossi, il campanile, i fichidindia, il porto.
All’inizio Rina volava bene. Poi arrivò una nuvola bassa. Dentro la nuvola c’erano ali, richiami, vento. Quando ne uscì, il gruppo non c’era più.
Sotto di lei c’era il mare scuro. Sopra, un cielo enorme.
Rina provò a volare veloce, poi più in alto, poi più in basso. Le ali si stancarono.
Allora vide una stella più bassa delle altre. Era calda, non abbagliante, come una finestra accesa.
«Qui,» disse una voce.
La stella si aprì. Dentro non c’era fuoco, ma un nido di luce.
«Posso dormire qui?» chiese Rina.
«Le stelle servono anche a questo,» rispose la voce.
«Devo ritrovare il gruppo.»
«Lo ritroverai meglio dopo aver riposato.»
Rina chiuse gli occhi. Sognò la casa sotto il tetto, la madre e il gruppo non come un punto da inseguire, ma come una musica da riconoscere.
All’alba la stella diventò trasparente.
«Guarda dove il cielo diventa rosa. Poi ascolta il filo tiepido nell’aria.»
Rina uscì dal nido di luce. Volò piano, senza cercare di recuperare tutto in un colpo. Seguì il filo. Dopo un po’ vide tre rondini. Poi dieci. Poi il gruppo intero.
La madre la raggiunse.
«Ti sei persa.»
«Sì. E ho trovato un riparo.»
Da quel giorno Rina seppe che fermarsi in un luogo sicuro non significa arrendersi. A volte è proprio il modo più dolce per ripartire.
