Nel cortile di zia Concetta c’era un albero di mandarini. Era piccolo, ma generoso: in inverno riempiva i rami di frutti tondi, arancioni e profumati.
Tra tutti i mandarini, uno era diverso. Si chiamava Mando ed era molto serio.
«Un mandarino deve essere composto,» diceva agli altri frutti quando dondolavano.
Gli altri ridevano. Lui no.
Una sera arrivò in cortile Lia. Aveva avuto una giornata storta: il disegno si era macchiato, il panino era caduto e a scuola un compagno aveva riso quando lei aveva sbagliato una parola.
Si sedette sotto l’albero.
«Non c’è niente da ridere,» disse.
Mando pensò: finalmente qualcuno serio.
Ma proprio in quel momento una formica gli salì sul picciolo e gli fece il solletico. Mando provò a resistere. Poi scoppiò.
«Ah! Ah! Ah!»
Non era una risata normale. Ogni risata liberava un profumo dolce di mandarino. Il cortile si riempì di odore d’inverno, bucce fresche e sole nascosto.
Lia alzò la testa. Senza volerlo, sorrise.
Mando si fermò quando seppe perché era triste.
«Allora quella non era una risata buona,» disse.
«Esistono risate buone?»
Le foglie frusciarono.
«Una risata buona non punta il dito. Apre una finestra.»
Mando ci pensò. Poi raccontò una storia buffa: una lumaca aveva provato a navigare sopra una buccia di mandarino. Non la prese in giro. La raccontò come una piccola avventura coraggiosa.
Lia rise. Questa volta non si sentì ferita. Il profumo diventò più intenso.
Il giorno dopo, a scuola, un bambino sbagliò leggendo. Qualcuno stava per ridere. Lia disse: «Aspetta, riprova.»
Quella sera tornò sotto l’albero.
«Oggi non ho riso di nessuno.»
Mando fu così felice che rise di nuovo. E il cortile profumò di una gioia buona: una gioia che non feriva, ma faceva spazio.
