Nel porto di Marzapane viveva una barchetta azzurra con una vela bianca e una riga rossa lungo il fianco.
Si chiamava Nina, anche se tutti al porto la chiamavano “la piccola”, perché stava sempre tra due barche grandi: una barca da pesca con le reti profumate di sale e una vecchia lancia verde che conosceva ogni scoglio della costa.
Nina non amava essere chiamata piccola.
«Un giorno attraverserò tutto il mare,» diceva alle corde del molo. «Andrò veloce come i gabbiani.»
Le corde, che avevano visto molte partenze e molti ritorni, scricchiolavano piano. Non la contraddicevano, ma neppure avevano fretta di crederle.
Una sera di giugno il porto era quasi addormentato. Le finestre del paese brillavano sulla collina, i pescatori avevano chiuso i secchi e il mare faceva un rumore basso, come una coperta scossa appena.
Nina sentì arrivare il vento.
Non era il vento forte che gonfia le vele all’improvviso. Era un vento dolce, lento, profumato di finocchietto selvatico e alghe pulite.
«Finalmente,» disse Nina. «Portami lontano.»
Il vento le sfiorò la vela.
Nina si preparò a partire veloce. Tirò le corde, fece tintinnare l’anello del molo e provò a spingersi avanti.
Ma il vento dolce non la trascinò via.
La mosse appena.
«Così piano?» protestò la barchetta. «Io voglio correre.»
Il vento non rispose. Le fece solo fare un piccolo giro nell’acqua del porto.
Nina sbuffò. Una barca che sbuffa non fa molto rumore, ma l’acqua intorno si increspa.
«Se vado così piano, nessuno penserà che sono coraggiosa.»
Dal molo arrivò una voce sottile.
«A me sembri già coraggiosa.»
Nina guardò in basso. Tra due assi del pontile c’era una barchetta di carta, piegata con cura, rimasta impigliata in un filo. La carta era bagnata da un lato e la prua tremava.
«Chi sei?» chiese Nina.
«Mi chiamo Peppe. Mi ha fatto un bambino oggi pomeriggio. Volevo arrivare fino alla luna riflessa, ma sono rimasto qui.»
Nina guardò il mare fuori dal porto. Poi guardò Peppe. Era piccolissimo.
«Io devo partire per un grande viaggio.»
Il vento dolce passò sulla sua vela e la spinse appena verso il pontile.
Nina capì che il vento non voleva portarla lontano. Almeno non quella sera.
Voleva portarla vicino.
Con molta attenzione, Nina si accostò al molo. Se avesse avuto fretta, avrebbe sollevato un’onda e la barchetta di carta si sarebbe rovesciata. Invece lasciò che il vento la muovesse un palmo alla volta.
Quando fu abbastanza vicina, una cima sciolta le sfiorò il fianco. Nina la spinse piano, creando una piccola corrente. Il filo che tratteneva Peppe si allentò.
La barchetta di carta uscì libera.
«Grazie!» disse Peppe.
Ma il mare del porto era ancora grande per lui. Ogni piccola onda sembrava una collina.
«Ti accompagno,» disse Nina.
«Fino alla luna?»
Nina guardò il riflesso tondo sull’acqua. Non era lontano. Era dentro il porto, tra due barche addormentate.
«Fino alla luna del porto.»
Il vento dolce gonfiò appena la vela. Nina avanzò senza correre. Peppe la seguì, protetto dalla sua ombra. A ogni movimento Nina imparava qualcosa: se andava troppo svelta, l’acqua spaventava Peppe; se si fermava del tutto, la corrente lo portava via; se ascoltava il vento, invece, trovava la misura giusta.
Arrivarono al centro del riflesso.
La luna si spezzò in mille lucine intorno alla barchetta di carta.
«Ce l’ho fatta,» sussurrò Peppe.
Nina sentì una gioia nuova. Non era la gioia di essere la più veloce. Era più tranquilla, più profonda.
Il vento dolce le accarezzò la vela.
«Adesso ho capito,» disse Nina. «Tu conosci la strada, ma non sempre la strada va lontano.»
Il vento profumò di basilico, come una risposta.
Da quella sera Nina non smise di sognare il mare aperto. Ma prima di ogni partenza imparò a chiedere al vento: “Dove serve andare stanotte?”
Qualche volta il vento la portava fuori dal porto.
Qualche volta la portava vicino a una corda annodata, a una rete da liberare, a una conchiglia finita dove non doveva.
E Nina scoprì che si può diventare grandi anche andando piano, quando il passo lento porta esattamente dove qualcuno ha bisogno di noi.
