Cilla era una cicala con una voce enorme. D’estate cantava dall’albero di fico sopra l’orto e tutti sapevano che era sveglia.
Cantava al sole, alle pietre, alle zucchine, ai pomodori, alle formiche in fila. Cantava così forte che persino il gatto Nando cambiava posto e andava a dormire sotto il limone.
«Cilla,» diceva il grillo, «potresti cantare un poco più piano?»
«Ma io sono nata per cantare!» rispondeva lei.
Una sera, dopo una giornata molto calda, l’orto sembrava stanco. Le foglie dei pomodori pendevano. Il basilico profumava piano. La terra aveva ricevuto acqua e ora respirava.
Cilla aprì le ali e cominciò il suo concerto.
Criiiii!
Dal nido vicino arrivò un pigolio spaventato. Un passerotto piccolo non riusciva ad addormentarsi.
«Il tuo canto è troppo grande per le sue orecchie,» disse mamma passera.
Cilla si offese. Il suo canto era bello, non faceva paura. Volò più in alto sul fico e guardò la Luna.
La Luna illuminò una goccia d’acqua su una foglia. Dentro la goccia Cilla vide tutto l’orto: il passerotto, il basilico, il gatto, il grillo, le pietre calde. E vide anche se stessa, piccola ma rumorosa.
«Prova a cantare per uno solo,» sembrò dire la Luna.
Cilla scese vicino al nido. Il passerotto aveva gli occhi aperti.
Fece uscire un suono piccolissimo.
Cri.
Il passerotto non tremò.
Cilla provò ancora.
Cri-cri.
Il suono era basso, morbido, come una cucitura nella notte. Il grillo tacque per ascoltare. Il basilico mosse una foglia. Il gatto aprì un occhio, ma non andò via.
Il passerotto chiuse un occhio. Poi l’altro.
«Grazie,» sussurrò mamma passera.
Da quella sera Cilla imparò che la sua voce aveva molte stanze. Di giorno poteva cantare grande. La sera poteva cantare piano. E nelle notti più delicate, poteva cantare sottovoce.
Scoprì così che il sussurro, quando arriva al momento giusto, può andare più lontano di un grido.
