Nel giardino della nonna di Sara c’era una palma alta e sottile. Ogni mattina apriva le foglie verso il mare come dita verdi; ogni sera si specchiava nella finestra della cucina.
La palma amava sentirsi ordinata. Ma quando arrivava il maestrale, tutto cambiava. Il vento correva tra i vicoli, gonfiava i panni stesi, faceva sbattere le persiane e spettinava la palma dalla punta alle radici.
«Mi rovina tutta,» si lamentava lei.
Sara la capiva. Anche a lei non piaceva quando le cose cambiavano all’improvviso: una porta che sbatteva, un libro spostato, il gatto sopra un disegno appena finito. Dentro le veniva un nodo.
Una sera il vento arrivò più forte. Sara uscì con la spazzola della sua bambola.
«Ti pettino io,» disse alla palma.
Si mise sul muretto basso, nel punto sicuro indicato dalla nonna, e passò la spazzola su una foglia bassa. Ma il vento tornò subito e la scompigliò.
«Non funziona!»
La nonna parlò dalla finestra: «Non si pettina il vento controvento. Prima bisogna ascoltare da che parte vuole andare.»
Sara appoggiò la spazzola alla foglia e aspettò. Il vento veniva dal mare, poi girava intorno al limone, poi scivolava verso la scala. Quando spingeva a destra, Sara pettinava a destra. Quando saliva, accompagnava in alto. Quando si fermava, anche lei si fermava.
La palma smise di protestare.
«Così non mi tiri,» disse.
Piano piano il fruscio diventò dolce. Non era più disordine. Sembrava una danza.
«Forse non sono spettinata,» mormorò la palma. «Forse sto ballando.»
Sara sorrise. Sentì il nodo dentro sciogliersi un poco.
Più tardi, in casa, una porta sbatté forte. Sara stava per gridare, ma ricordò la palma. Respirò, ascoltò il vento e lasciò uscire l’aria piano.
Da quella sera, quando arrivava il maestrale, Sara non cercava più di fermarlo con le mani. Andava in giardino, guardava la palma e respirava. Aveva capito che la calma non è avere tutto immobile: è trovare un ritmo gentile mentre il mondo si muove.
