Lillo non riusciva a dormire.
Non quella sera.
Il cuscino era troppo alto. Poi troppo basso. La coperta era troppo calda. Poi troppo fresca. Il piede destro voleva stare fuori, il sinistro dentro. Il pupazzo del cane cadeva. Il bicchiere d’acqua era troppo lontano. La finestra faceva entrare una riga di luna proprio sul naso.
«Mamma,» chiamò.
La mamma entrò piano.
«Che succede?»
«Il letto non è comodo.»
La mamma sistemò il cuscino.
«Così?»
«No.»
Lo girò.
«Così?»
«Forse.»
Appena la mamma uscì, Lillo si girò dall’altra parte.
No.
Ancora non andava.
La sua camera era piccola e bella. Aveva una finestra da cui si vedeva un pezzetto di mare, una libreria bassa con i libri a portata di mano, un tappeto morbido e una sedia dove la sera si appoggiavano i vestiti.
Di solito gli piaceva.
Quella sera sembrava tutto fuori posto.
Lillo si sedette sul letto.
«Non dormirò mai.»
La luna, dalla finestra, illuminò il pavimento.
La luce formò un quadrato chiaro sul tappeto.
Dentro quel quadrato comparve un cuscino.
Lillo si stropicciò gli occhi.
Il cuscino non era il suo.
Era rotondo, color crema, morbido come una nuvola, con un bordo d’argento.
Poi ne comparve un altro, azzurro chiaro.
Poi uno piccolo color pesca.
Lillo scese dal letto.
«Da dove venite?»
I cuscini non parlarono. Però si disposero in fila, dal tappeto alla finestra.
Lillo guardò il letto. Guardò la porta. Nessuno.
Seguì la fila.
Quando arrivò vicino alla finestra, la luce della luna si fece più intensa.
Sul davanzale era seduta una donna minuscola, fatta di luce bianca. Non sembrava una fata con la bacchetta. Sembrava una nonna di luna: aveva uno scialle trasparente e occhi gentili.
«Buonasera, Lillo.»
«Chi sei?»
«Sono la Luna quando viene a controllare i cuscini.»
Lillo rimase serio.
«Allora hai molto lavoro.»
La Luna sorrise.
«Sì. Ma non posso fare tutto io.»
Lillo indicò il letto.
«Il mio non funziona.»
«Il letto funziona. Forse non hai ancora preparato il tuo posto.»
«Ma è già pronto.»
La Luna scese sul tappeto e toccò il cuscino rotondo.
«Pronto non vuol dire solo sistemato. Vuol dire riconosciuto dal corpo.»
Lillo non capì.
La Luna gli indicò il primo cuscino.
«Siediti.»
Lillo si sedette.
«Come stanno le spalle?»
«Un po’ dure.»
«Allora respira.»
Lillo respirò.
Le spalle scesero.
Il cuscino rotondo brillò e sparì.
«Uno,» disse la Luna.
Passarono al cuscino azzurro.
«Appoggia le mani.»
Lillo appoggiò le mani.
Erano ancora agitate. Le dita si muovevano da sole, come formichine.
«Dì loro che hanno finito il lavoro della giornata.»
Lillo guardò le mani.
«Avete finito.»
Le dita si fermarono.
Il cuscino azzurro brillò e sparì.
«Due.»
Sul cuscino color pesca la Luna chiese:
«Che pensiero vuoi portare nel sonno?»
Lillo ne aveva troppi.
Il gioco lasciato a metà.
Il disegno da finire.
La domanda sul perché i gabbiani non cadono quando dormono.
La voglia di bere.
La paura di dimenticare qualcosa.
«Sono tanti,» disse.
La Luna tirò fuori una scatolina piccola.
«Mettili qui. Domani li ritrovi.»
Lillo fece finta di prendere i pensieri uno a uno e posarli nella scatolina.
Il gioco.
Il disegno.
I gabbiani.
La sete.
La paura.
La Luna chiuse la scatolina.
Il cuscino color pesca sparì.
«Tre.»
Rimasero sul tappeto senza cuscini magici.
«E adesso?» chiese Lillo.
«Adesso prepariamo il tuo.»
Tornarono al letto.
La Luna non sistemò tutto al posto suo. Indicò.
«Il bicchiere d’acqua dove lo vuoi?»
«Qui, vicino.»
Lillo lo spostò.
«Il pupazzo?»
«Accanto al cuscino, ma non sotto la schiena.»
Lo sistemò.
«La coperta?»
«Piegata un po’, così il piede destro può uscire.»
La Luna annuì.
«Il libro?»
Lillo guardò il libro aperto sul comodino.
«Lo chiudo.»
Lo chiuse e lo mise con la copertina in su.
«La sedia?»
I vestiti erano mezzo caduti.
Lillo scese e li sistemò meglio. Non perfetti, ma abbastanza.
Quando tornò nel letto, la stanza sembrava la stessa.
Eppure era diversa.
Era sua.
Non perché avesse molte cose, ma perché ogni cosa aveva trovato un posto gentile.
La Luna si sedette sul davanzale.
«Prova.»
Lillo si sdraiò.
Il cuscino non era troppo alto.
La coperta non era troppo calda.
Il pupazzo non cadeva.
Il piede destro poteva respirare.
La riga di luna non era più sul naso, ma sulla parete.
«Meglio,» sussurrò.
La Luna sorrise.
«Il riposo non arriva quando lo insegui. Arriva quando trova una stanza pronta.»
Lillo chiuse gli occhi.
Poi li riaprì.
«E i cuscini magici?»
«Erano prove.»
«Torneranno?»
«Quando ne avrai bisogno. Ma adesso sai farlo anche tu.»
Lillo sorrise.
La Luna cominciò a diventare più chiara, come se tornasse fuori.
«Buonanotte, controllora dei cuscini.»
«Buonanotte, preparatore di nanna.»
La mattina dopo, Lillo trovò sul tappeto un filo d’argento.
Lo mise dentro un cassetto piccolo, non per tenerlo prigioniero, ma per ricordarsi.
Da quella sera creò il suo rituale.
Bicchiere vicino.
Pupazzo al posto giusto.
Libro chiuso.
Vestiti sulla sedia.
Tre respiri.
Pensieri nella scatolina immaginaria.
E poi sonno.
Non sempre arrivava subito. Qualche volta ci metteva un po’.
Ma Lillo non si arrabbiava più.
Sapeva preparargli il posto.
