Tito era un draghetto piccolo, verde chiaro, con le ali ancora corte e una coda che si muoveva ogni volta che provava un’emozione.
Viveva in un limoneto vicino al mare.
Di giorno dormiva all’ombra delle foglie lucide. Di sera usciva e faceva compagnia ai limoni, che sotto la luna sembravano piccole lampade gialle.
Tito aveva un problema.
Quando era contento, soffiava fuoco.
Non un fuoco grande da drago adulto. Un fuochetto arancione, tondo e veloce.
Il guaio era che usciva senza chiedere permesso.
Se Tito rideva, puff.
Se si stupiva, puff.
Se qualcuno gli faceva un complimento, puff puff.
Una sera vide la luna comparire tra due alberi.
«Che bella!» disse.
Puff.
Il fuoco sfiorò una foglia di limone, che diventò marrone sul bordo.
Tito si mise le zampe sulla bocca.
«Scusa!»
La foglia non parlò, ma tremò.
Più tardi passò una farfalla notturna.
«Buonasera, Tito.»
«Buonasera!»
Puff.
La farfalla fece una capriola in aria.
«Oh!»
«Scusa!»
Tito si nascose dietro un tronco.
Non voleva fare male a nessuno. Ma più cercava di trattenere il fuoco, più gli pizzicava il naso.
Alla fine pianse.
Una lacrima cadde sulla terra.
Dal terreno uscì un lombrico con un cappellino di foglia.
«Perché bagni il mio soffitto?» chiese.
Tito tirò su col naso.
«Soffio fuoco troppo forte.»
Il lombrico lo guardò.
«Troppo forte per cosa?»
«Per tutto.»
«Non credo. Forse non hai ancora trovato la misura.»
Tito non capì.
Il lombrico indicò una lanterna spenta appesa a un ramo.
«Vedi quella? Il fuoco può bruciare una foglia, ma può anche accendere una lanterna.»
Tito guardò la lanterna.
Era di vetro sottile, con dentro uno stoppino.
«E se la rompo?»
«Allora prima impari a respirare.»
Il lombrico sparì sotto terra e tornò con tre sassolini.
Li mise davanti a Tito.
«Primo sassolino: inspira dal naso. Secondo: tieni il calore in pancia. Terzo: soffia come se volessi scaldare una tazza di latte, non spaventare una nuvola.»
Tito provò.
Inspirò.
Il naso gli pizzicò.
Tenne il calore.
La coda tremò.
Soffiò.
Puff!
La fiamma uscì ancora troppo forte e fece cadere un limone.
Tito abbassò le orecchie.
«Non ci riesco.»
«Hai provato una volta,» disse il lombrico. «Le cose che contano chiedono più di una volta.»
Tito provò ancora.
Prima inspirò.
Poi mise una zampa sulla pancia.
Sentì il calore girare come una pallina.
«Piano,» disse il lombrico.
Tito soffiò.
Questa volta uscì una fiammella piccola.
Non arrivò alla lanterna, ma non bruciò nulla.
«Meglio,» disse il lombrico.
Tito sorrise.
Puff.
Un’altra fiammella uscì da sola.
«Anche il sorriso va respirato,» disse il lombrico.
Tito rise, ma con la bocca chiusa.
Passarono molte sere.
Ogni sera Tito andava nel limoneto e si allenava con i tre sassolini.
Inspira.
Pancia.
Soffio piccolo.
All’inizio accendeva solo un filo d’erba secco, e subito lo spegneva con una foglia umida.
Poi riuscì a scaldare una pietra.
Poi a far brillare per un attimo il vetro della lanterna.
Una notte arrivò il vento.
Non un venticello gentile. Un vento dispettoso, che faceva sbattere le foglie e spegneva le luci del sentiero.
Nel limoneto viveva anche una bambina, Anita, che ogni sera portava acqua alle piante con il nonno. Quella notte il nonno aveva dimenticato una piccola lampada vicino al pozzo, ma il vento l’aveva spenta.
Anita era rimasta al buio tra gli alberi.
«Nonno?»
La voce le tremava.
Tito la sentì.
Il cuore gli fece bum.
Quando il cuore faceva bum, di solito il fuoco usciva fortissimo.
Il lombrico mise fuori la testa.
«Sassolini.»
Tito guardò Anita. Guardò la lanterna. Guardò le foglie.
Non poteva sbagliare.
Inspirò.
Primo sassolino.
Mise la zampa sulla pancia.
Secondo sassolino.
Il calore voleva correre, ma Tito gli parlò dentro.
«Piano.»
Poi soffiò verso la lanterna.
Terzo sassolino.
La fiammella uscì sottile, precisa, dorata.
Accese lo stoppino.
La luce si aprì nel limoneto.
Anita vide il sentiero.
«Oh!»
Tito si nascose dietro un tronco, ma lei lo vide.
Non gridò.
Sorrise.
«Grazie, draghetto.»
Tito sentì il sorriso arrivare, e con lui il fuoco.
Inspirò subito.
Pancia.
Soffio piccolo.
Dalla bocca uscì solo una scintilla tonda, che salì e si spense come una stellina.
Anita rise piano.
«Sei bravissimo.»
Tito diventò rosso, ma non bruciò nulla.
Da quella notte ebbe un compito.
Quando il vento spegneva le lanterne del limoneto, Tito le riaccendeva.
Mai tutte insieme.
Una alla volta.
Con calma.
I limoni brillavano intorno a lui come piccole lune gialle.
La foglia bruciacchiata guarì, lasciando solo un bordo più scuro, che Tito salutava ogni sera per ricordarsi di essere attento.
Il lombrico conservò i tre sassolini vicino alla radice più grande.
«Ormai non ti servono più?» chiese.
«Mi servono ancora,» disse Tito. «Ma adesso li porto dentro.»
E infatti, ogni volta che si emozionava, Tito sentiva tre parole nella pancia:
Inspira.
Piano.
Luce.
Così la sua forza non spariva.
Diventava gentile.
