Micia era una gattina tricolore che viveva vicino alla spiaggia.
Aveva una macchia nera sull’occhio sinistro, una zampa bianca e un modo molto personale di camminare: faceva tre passi eleganti, poi si fermava come se avesse dimenticato una cosa importantissima, poi ripartiva.
La spiaggia era il suo regno.
Di giorno la divideva con bambini, ombrelloni, palette, secchielli e signore che dicevano “non scuotere la sabbia sulla tovaglia”.
Di sera, invece, la spiaggia tornava sua.
Micia camminava sulla riva, lasciando impronte piccole che le onde cancellavano con educazione.
Quella notte trovò una conchiglia.
Era grande, color latte, con righe rosa pallido. Stava mezza nascosta nella sabbia, proprio dove l’acqua arrivava e poi si ritirava.
Micia la annusò.
La conchiglia profumava di sale e lontananza.
Micia la toccò con la zampa.
La conchiglia fece un suono.
Non era il solito rumore del mare.
Era una voce.
«...torno presto...»
Micia saltò indietro.
Pelo gonfio. Coda dritta.
La conchiglia tacque.
Micia guardò a destra. Guardò a sinistra. Nessuno.
Si avvicinò di nuovo.
«Miao?»
La conchiglia rispose:
«...non dimenticare il gelsomino...»
Micia inclinò la testa.
Non capiva.
Prese la conchiglia con delicatezza tra i denti e la portò sotto una barca capovolta, dove teneva le cose importanti: una piuma di gabbiano, una pallina di alghe, un tappo blu e un filo di rete.
Posò la conchiglia al centro.
«Parla,» ordinò.
La conchiglia rimase zitta.
Micia le diede un colpetto.
Niente.
Allora si sdraiò davanti a lei e aspettò.
Aspettare non era il suo talento migliore. Dopo poco cominciò a muovere la coda. Poi si pulì una zampa. Poi guardò una mosca notturna. Poi tornò alla conchiglia.
La voce arrivò quando Micia smise di fare rumore.
«...la barca azzurra...»
Micia trattenne il respiro.
La voce era anziana e dolce.
Sembrava venire da molto lontano, ma anche da dentro la conchiglia.
Micia avrebbe voluto fare domande.
Chi sei?
Dove sei?
Perché parli così piano?
Ma appena aprì la bocca, la voce sparì.
Micia chiuse la bocca.
Aspettò.
La voce tornò.
«...digli che la sera guardo la stessa luna...»
Micia ascoltò.
Per tutta la notte, la conchiglia lasciò uscire pezzetti di frasi. Non una storia intera. Solo frammenti.
Un nome: Salvo.
Un luogo: il molo piccolo.
Un odore: pane caldo.
Una promessa: torno presto.
Quando il cielo cominciò a schiarire, Micia prese la conchiglia e andò al porto.
Il molo piccolo era vicino alla barca azzurra.
Lì sedeva spesso un vecchio pescatore, con un cappello di lana anche d’estate. Si chiamava Salvo.
Quella mattina Salvo era già lì. Guardava il mare.
Micia gli posò la conchiglia ai piedi.
«Miao.»
Salvo abbassò lo sguardo.
«Che hai trovato, piccola?»
Prese la conchiglia.
La portò all’orecchio.
All’inizio sorrise, come fanno tutti quando ascoltano una conchiglia.
Poi il sorriso si fermò.
Gli occhi diventarono lucidi.
«Questa voce...»
Micia si sedette.
Salvo ascoltò a lungo.
Non parlò.
Non si mosse.
Teneva la conchiglia come si tiene una mano.
Alla fine sussurrò:
«È la voce di mio fratello.»
Micia non sapeva cosa fosse un fratello. Capì solo che era una parola molto importante.
Salvo accarezzò la conchiglia.
«Partì tanti anni fa. Mi scriveva lettere dal mare. Diceva sempre: guardiamo la stessa luna.»
La conchiglia fece un ultimo suono.
«...non dimenticare il gelsomino...»
Salvo rise piano e pianse insieme.
«Il gelsomino di nostra madre.»
Micia fece le fusa.
Non perché capisse tutto.
Perché sentiva che quello era il momento giusto per fare un rumore morbido.
Salvo la guardò.
«Tu l’hai ascoltata, vero?»
Micia chiuse gli occhi.
Sì.
L’aveva ascoltata.
Ma soprattutto aveva imparato a non interromperla.
Da quel giorno la conchiglia rimase sul davanzale della casa di Salvo, accanto a un vaso di gelsomino.
Ogni sera Salvo la portava all’orecchio.
Qualche volta sentiva una frase.
Qualche volta solo il mare.
Micia veniva a sedersi sul davanzale e aspettava.
Non miagolava.
Non toccava la conchiglia.
Non chiedeva alla voce di uscire subito.
Aveva capito che alcune voci arrivano solo se trovano spazio.
Una notte, mentre Salvo dormiva sulla sedia, la conchiglia parlò a Micia.
«Grazie.»
Micia aprì un occhio.
«Miao,» disse piano.
Poi si acciambellò vicino al vaso di gelsomino.
Il profumo dei fiori, il mare lontano e la voce custodita dalla conchiglia si mescolarono nell’aria.
Micia sognò una spiaggia lunga, dove ogni conchiglia conteneva una parola gentile che aspettava qualcuno capace di ascoltarla.
Al mattino, sulla sabbia, le sue impronte sembravano piccole parentesi.
Come se anche il mare avesse voluto lasciare spazio a una voce.
