Orazio viveva vicino a una vigna.
Non una vigna enorme. Una vigna familiare, con filari ordinati, pali di legno, terra chiara e un fico che faceva ombra all’ingresso.
A settembre, quando l’aria profumava di mosto e foglie, tutta la famiglia si preparava alla vendemmia.
Orazio voleva aiutare.
«Posso tagliare i grappoli?»
«Con le forbici piccole, e solo quelli che ti indico,» diceva il papà.
«Posso portare le cassette?»
«Quelle leggere.»
«Posso assaggiare l’uva?»
La nonna rideva.
«Quello lo sai fare benissimo.»
Orazio amava l’uva. Gli piacevano gli acini tondi, il succo dolce, il modo in cui un grappolo sembrava una piccola famiglia di palline tutte vicine.
La sera prima della vendemmia non riusciva a dormire.
Si alzò dal letto e guardò dalla finestra.
La luna illuminava la vigna.
I filari sembravano righe d’argento.
Poi vide qualcosa brillare.
Non una lucciola.
Non una lampadina.
Un grappolo.
Orazio infilò le ciabatte e uscì piano.
La vigna di notte era diversa. Di giorno era piena di voci. Di notte aveva una calma importante, come una chiesa di foglie.
Il grappolo luminoso pendeva dal filare più vicino.
Gli acini brillavano come stelle viola.
Orazio allungò la mano.
Si fermò.
Il papà aveva detto: si taglia solo quello che viene indicato.
Ma il grappolo sembrava chiamarlo.
«Solo uno,» sussurrò.
Prese le forbici piccole, che erano rimaste nella cesta vicino al fico, e tagliò il grappolo.
Appena lo staccò, il filare tremò.
Tutti gli altri grappoli si accesero.
La vigna diventò un cielo capovolto.
Orazio rimase senza fiato.
«Oh.»
Una voce uscì dalle foglie.
«Chi ha svegliato l’uva delle stelle?»
Orazio nascose le forbici dietro la schiena.
Tra due tralci apparve una figura piccola, con un cappello fatto di pampini e piedi nudi sporchi di terra.
«Sono Pampinella,» disse. «Custode della vigna notturna.»
Orazio deglutì.
«Io volevo solo guardare.»
Pampinella indicò il grappolo nella sua mano.
«Guardare con le forbici?»
Orazio abbassò la testa.
«Mi dispiace.»
La custode non sembrava arrabbiata. Sembrava seria.
«Sai perché l’uva delle stelle brilla solo stanotte?»
Orazio scosse la testa.
«Perché domani sarà raccolta da molte mani. Ogni acino contiene un grazie: alla terra, al sole, all’acqua, a chi ha potato, legato, aspettato.»
Orazio guardò il grappolo.
«E se l’ho preso prima?»
«Allora devi capire a chi appartiene.»
«A me?»
Pampinella sorrise.
«Prova ad assaggiarne uno.»
Orazio staccò un acino.
Era dolcissimo.
Così dolce che gli venne voglia di mangiarne subito un altro.
Poi pensò alla nonna, che aspettava la vendemmia per fare il succo.
Pensò al papà, che aveva legato i tralci sotto il sole.
Pensò alla mamma, che preparava le cassette.
Pensò al vicino Pietro, che ogni anno veniva ad aiutare e raccontava storie buffe.
L’acino era buono, ma da solo sembrava incompleto.
«Non è solo mio,» disse.
Pampinella annuì.
«Allora cosa puoi fare?»
Orazio guardò il grappolo tagliato.
Non poteva rimetterlo attaccato.
«Posso condividerlo.»
La custode batté le mani.
La vigna brillò ancora di più.
Orazio portò il grappolo sotto il fico. Pampinella lo aiutò a dividere gli acini in piccole foglie: una per la nonna, una per il papà, una per la mamma, una per Pietro, una per la sorellina che durante la vendemmia si stancava presto, una per il cane Bruno, ma senza acino, solo una carezza, perché i cani non dovevano mangiare uva.
Poi restò un acino.
«Questo?» chiese Orazio.
«Per te.»
Orazio lo guardò.
«Lo mangio domani con gli altri.»
Pampinella sorrise.
«Hai capito.»
La mattina seguente, la famiglia trovò sotto il fico le foglie con gli acini luminosi.
«Chi li ha messi?» chiese la mamma.
Orazio alzò la mano.
«Io. Ma devo raccontarvi una cosa.»
Raccontò tutto.
Il grappolo, la vigna accesa, Pampinella, l’uva delle stelle.
Il papà ascoltò senza interrompere.
Alla fine guardò le forbici piccole.
«Hai tagliato senza chiedere.»
Orazio annuì.
«Sì.»
«E hai riparato condividendo.»
«Sì.»
Il papà gli mise una mano sulla spalla.
«Allora oggi lavoriamo insieme.»
La vendemmia fu bellissima.
Ogni volta che Orazio tagliava un grappolo indicato dal papà, diceva piano:
«Grazie.»
Alla terra.
Al sole.
All’acqua.
Alle mani.
A mezzogiorno mangiarono pane, formaggio e uva sotto il fico.
Orazio prese l’ultimo acino, quello lasciato per sé.
Lo divise in due e ne diede metà alla sorellina.
«Ma era tuo,» disse lei.
«È più dolce così.»
La sera, quando tornò alla vigna, i grappoli non brillavano più.
Erano stati raccolti.
Ma sulla punta di un pampino c’era una stellina viola.
Pampinella, nascosta chissà dove, salutava.
Orazio salutò a sua volta.
Da allora seppe che la dolcezza non finisce quando la dividi.
A volte, proprio allora, comincia davvero.
